Ritratto dissacrante del Cinquecento italiano

Firenze, 1504. Un'epoca molto lontana dai nostri giorni. Un periodo di grande fioritura delle arti e delle scienze, il Rinascimento, nel quale la città del Giglio divenne, sotto la potente signoria dei Medici, un'autentica capitale europea della cultura. Già immagino la vostra reazione di fronte a queste due righe fin troppo solenni: forse un accenno di stupore o, più probabilmente, un sonoro sbadiglio; più che legittimo, direi, perché la storia, se non viene proposta nel modo giusto, perde spesso il suo valore educativo e diventa un catalogo di date e avvenimenti, una pratica ripetitiva e noiosa che non riesce ad appassionare le nuove generazioni.

Ma se vi dicessi che quei tempi non sono poi così distanti come sembrano, che gli uomini del passato non erano poi così diversi da noi? Come scriveva il grande Niccolò Machiavelli: "I medesimi vizi, le medesime passioni, le medesime virtù si riscontrano nell'uomo di allora e nell'uomo di ogni tempo". Così nasce la nostra storia. Una storia d'amore e d'intrighi, inganni e tradimenti, condita con sapiente ironia, che non serve soltanto a divertire, ma anche a far riflettere.

La Mandragola è una commedia di Niccolò Machiavelli, considerata il capolavoro del teatro del Cinquecento per la vivacità con cui descrive la decadenza dei suoi tempi. Il protagonista si chiama Callimaco. Non fatevi spaventare dal nome: è un uso risalente alla commedia latina quello di attribuire ai personaggi appellativi di derivazione greca e perciò inusuali ed esotici; anzi, questo è uno dei meno stravaganti. Callimaco è un giovane innamorato: vorrebbe infatti conquistare la bella Lucrezia, che però è già sposata con il ricco dottor Nicia (che vi avevo detto riguardo ai nomi?); dottore più di nome che di fatto, poiché, come afferma l'autore stesso, egli è "el più semplice e sciocco omo di Firenze". Lo sa bene anche Ligurio, che è amico di Callimaco, soprattutto quando può ricavarne un utile: è il cosiddetto parassita, un uomo che si guadagna da vivere più con l'astuzia che con il lavoro. Ligurio, sotto lauto compenso, accetta di aiutare Callimaco ed esorta Nicia, che non riesce ad avere un figlio dalla moglie, a rivolgersi a un famoso medico: questi, in realtà Callimaco travestito, convince Nicia che l'unica soluzione sia far bere a Lucrezia una pozione a base di radice di mandragola (da qui il titolo della commedia) che curerà la sua infertilità; l'unico problema è che il primo ad avere rapporti intimi con lei morirà. Una situazione apparentemente insolubile... Come andrà a finire? Lo scoprirete leggendo!

Come già detto, l'opera rappresenta un ritratto dissacrante dell'epoca, la cui decadenza si riflette nei vari personaggi che incontriamo durante la narrazione. L'esempio più significativo è quello di frate Timoteo: il suo nome in greco significa "Colui che onora Dio", ma il frate sembra più devoto al 'dio denaro' che a quello cristiano; si tratta di una critica evidente alla corruzione della Chiesa. L'unica figura che sembra resistere al peccato è Lucrezia, che è stata sempre educata all'onestà e alla virtù; ma alla fine anche lei cederà, adeguandosi alle circostanze imposte dalla fortuna, che, intesa come sorte, è un tema centrale nelle opere di Machiavelli e di tutto il Rinascimento.

La commedia è scritta nel fiorentino parlato del Cinquecento, proprio per essere più facilmente seguita dal suo pubblico; il ricorso a espressioni popolari e giochi di parole, unito a situazioni al limite dell'assurdo, suscita il riso in lettori e spettatori e instaura con essi un rapporto di familiarità e complicità. L'ironia diventa così lo strumento migliore per comunicare il pensiero dell'autore; Machiavelli ha saputo impiegarla in modo brillante ed efficace, riuscendo a produrre un capolavoro che può essere apprezzato anche da noi giovani di oggi, che ancora condividiamo, a cinquecento anni di distanza, "gli stessi vizi, le stesse passioni e le stesse virtù".

Davide Scarpignato